Che cosa c'è di buono nell'idea di Tremonti

La discussione aperta sulle lodi espresse dal ministro Tremonti e confermate dal premier Berlusconi al “posto fisso” può essere utile se, come ha fatto ieri sul nostro foglio Alberto Alesina, serve a esaminare le caratteristiche e le dinamiche della situazione italiana. Che sia meglio un posto stabile piuttosto che uno precario è difficile negarlo, lo riconosce anche il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, che invece critica l’aspetto culturale. Leggi Perché da ragazzi non si può sognare il posto fisso di Annalena Benini - Leggi C'è una lobby nel Pdl che punta a fermare Tremonti
13 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 01:15 | 14 AGO 20
Immagine di Che cosa c'è di buono nell'idea di Tremonti
Infatti bisogna tener conto di un’altra ovvietà, cioè che il lavoro flessibile è meglio della disoccupazione. Bisogna poi considerare che quella che manca è la flessibilità positiva, cioè le opportunità di miglioramento basate su un’accresciuta professionalità, e questo dipende sia dallo stato comatoso del nostro sistema di formazione scolastica e professionale sia dalla chiusura castale di molti sistemi chiusi, che non sono soltanto quelli legati alle professioni liberali. La mobilità assume un carattere preoccupante se è più spesso effetto di decisioni aziendali che della volontà di un lavoratore di trovare un’occupazione che realizzi meglio le sue aspettative professionali e personali. Rimuovere gli ostacoli alla flessibilità “buona”, realizzare un welfare universale a protezione non soltanto dei già protetti come quello attuale, è la condizione per ridurre l’area dell’insicurezza. Poi, naturalmente, si tratta di far sì che il posto sia un posto di lavoro, cioè che chi dispone di una situazione di sostanziale inamovibilità non ne approfitti. A queste condizioni le caratteristiche demografiche e culturali di una società basata sulla stabilità (del lavoro, della famiglia, delle relazioni sociali) possono consentire la competizione, che non è necessariamente omologazione a modelli sociali ritenuti più “moderni”.